Ciao

Ciao 

Saluto informale 

Di tutti i giorni

Ecumenico

Facile

Viaggio con un media di 50 ciao al giorno

Ma se tu dici Ciao

In quel modo fresco

Con la tua voce chiara

Se tu dici ciao

Cambia tutto

Cambia il mondo

Mi si allarga il cuore

Volano farfalle

Cantano gli usignoli

E riascolto il loop del messaggio vocale

Amore al tempo dei cibernauti

Dimmi cento, mille volte ciao

E mi farai felice!

Annunci

Utero qua,utero la

Ad oggi, fine settembre di un futuristico ma poi mica tanto 2017 ha senso parlare di femminismo? Probabilmente non nella formula che valeva negli anni 70 del secolo scorso, brandendo reggipetti o rivendicando la libertà sessuale. Che poi quella le donne l’hanno conquistata ma nei fatti, una donna che manifestasse lo stesso comportamento sessuale di un suo coetaneo maschio verrebbe sempre considerata una poco di buono, quindi anche su quel piano non siamo uguali. Ma poi è davvero l’uguaglianza quello che cerchiamo? Si per quanto riguarda l’equiparazione sul posto di lavoro, avere gli stessi stipendi e possibilità di fare carriera. Mentre lo scrivo penso che questi concetti siano triti e ritriti ma rimangono sempre validi, perchè la parità quella vera non c’è. Mi piacerebbe un mondo in cui uomini e donne fossero uguali, pur nelle loro diversità, in cui il corpo di una donna non fosse strumentalizzato come oggetto etcetera etcetera. Da ragazzina avrei voluto essere un maschio, perchè già allora mi pareva così facile e mi nascondevo dietro capelli rasati, abbigliamento da ragazzo, mi sentivo comoda, al sicuro. Quei capelli corti, rasati sul cranio, che accarezzavo compiaciuta, mi facevano sentire più forte, coraggiosa, spavalda, come se davvero fossi quel ragazzino che andava in bici senza mani, che disprezzava andare in bici come una femminuccia, che si sbucciava le ginocchia. Quella era la strada facile, e non mi importava la concezione che gli altri avevano di me, che invece di una ragazza di 18 anni sembrassi un ragazzino di 14. Addirittura, e probabilmente, c’avevo riflettuto poco, volevo fare il militare come Jane il soldato, quella che a suon di addominali e trazioni gliela faceva vedere a tutto quei marines sciovinisti, credo che sarei morta alle selezioni fisiche e un mondo di ubbidienza cieca non mi sarebbe stato di certo congeniale. Oggi circa 15 anni dopo credo di aver fatto pace con la mia femminilità piango spudoratamente, sono lunatica e delicata nell’animo, se trovo una  pietra levigata dal mare, so che la diversità è essenzialmente questa, qualsiasi maschio, anche quello con l’animo più gentile ci vedrebbe solo una pietra, per me è un cuore.

Noi non faremo mai la grana

 
Lavorare stanca sosteneva Cesare Pavese, cosa che ho scoperto non grazie alla mia cultura ma ad uno seganlibro abbinato al Canto di Natale di Dickens, uno dei meravigliosi libri che mi ha regalato in uno dei natali della nostra lunga storia, la mia migliore amica. Fare il medico massacra, certo non come spaccare le pietre in miniera o raccogliere i pomodori in un campo assolato, ma stanca. Una stanchezza che quando torni a casa la sera dopo dodici ore, dopo aver ingurgitato la cena, che se sei fortunato qualcuno ti ha preparato o aver consumato una tazza di latte e cereali incastrato tra il frigo ed il lavello, ad un certo punto ti dici, prima di fare la doccia mi poggio sul divano guardo la tv. Ed è esattamente lì che ti risvegli la mattina dopo con i jeans che ti hanno prodotto gli scavi di Pompei addosso e la bocca che ha il retrogusto delle cucine di MacDonald. Una stanchezza mentale di aver affrontato i tuoi pazienti e le loro malattie, le tue e le loro paure, il microcosmo ospedaliero, i professoroni che pretendono le riverenze, l’ansia di sbagliare una diagnosi, una terapia, di non interpretare bene un paziente. E poi i corsi di aggiornamento, i congressi, stare al passo dei progressi del campo medico. Dover combattere contro se stessi e contro il sistema per svolgere questo lavoro al meglio, perchè la difficoltà più grande è alla fine quella di convivere con se stessi. E certo tutto questo non lo fai per denaro.

Primavera

L’ ho capito solo ora

l’ho capito capendo

ho compreso vivendo

che l’amore, quello lì

l’ipercitato, bramato, vituperato o celebrato.

Lui l’ amore non ricerca l’ esterno, l’esterioritá dei corpi cesellati da bravi scultori

No, l’amore punta all’interno, implacabile, all’anima, al core 
Ed è questo il miracolo

L’amore è una primavera

Le cittá vivono

Le città non sono inanimate, sono organismi viventi che respirano e vivono. E come gli esseri umani hanno un corredo cromosomico incancellabile, le città portano su loro stesse i segni di quello che sono state, non possono cancellare la loro storia. E noi che le attraversiamo, che le camminiamo, che tocchiamo le loro mura che visitiamo i loro duomi i loro palazzi la percepiamo quella storia, la sentiamo. Palermo è una città di stile barocco e non solo dal punto di vista architettonico, è barocca nel cibo, anche il famoso arancino ha sapore dolciastro, tutto é luculliano, nello stile di vita, nella cena alle 11.00 di sera, Palermo è molto, per me è stata troppo. Giungevo a visitarla con cuore trepidante ma non ho amato la sua bellezza, che pur è innegabile. Giravo le strade dai motivi arabi con il fiato corto, all’ ombra di quegli imponenti palazzi che nascondevano il sole seppure alto in un cielo azzurro prepotente. Ero a disagio e non capivo perché, poi ho attraversato la città, forte l’odore latrinoso della piazza Verdi, mi sono recata nella cala, al porto in strade decorate dalle bottiglie lasciate ai margini, dove il suono arrogante dei clacson mi faceva trasalire ad ogni passo, strada costellata di morti, un gatto in un’ aiuola, la lapide all’ aperto di un motociclista. La carne arrostita su graticole improvvisate i fichi d’ India venduti sui marciapiedi. Camminavo con la morte nel cuore fino a quel murales che celebra i tuoi eroi, Palermo, quei due giudici sorridenti fin negli occhi intelligenti e ironici. La storia non si può cancellare e il sangue versato non si può lavare, lascia il segno e non puoi ignorarlo.

Pensieri patetici in viaggio

Io sono una dannata, fottutissima sognatrice. Una persa costantemente nelle sue fantasie, che cerca ogni giorno istanti, attimi, squarci di bellezza. Una farfalla dalle ali maculate che mi danza intorno nella valle dei templi, lo considero un miracolo, un tramonto sul mare visto da un finestrino di un autobus sardo mi da gioia, la luce solare di fine giornata che illumina una striscia provilegiata di acqua, è poesia. Per me la felicità, la mia felicità personale davvero è cosa piccola. Si aggiunga a questo che sono sensibile, che osservo le altre persone e cerco di capirle, quindi mi accorgo dei cambiamenti impercettibili nelle loro azioni, emozioni questo talvolta è pericoloso. Mi piacerebbe di trovare nel mondo sempre segni di meraviglia e di poesia che è nascosta in tutte le cose, basta solo guardare meglio. Mi piacerebbe che un giorno qualcuno mi dicesse : tu sei lei in mezzo a tanta gente, di esserci sempre stata per qualcuno, magari solo per un attimo, va bene anche se lungo mi piacerebbe sentirmi unica. 

Quando nasci così, come quelli con l’ anima in pezzi, tanti piccoli pezzi dolenti non puoi cambiare. Non troverai uno con l’ anima integra che ti capisca. No, non lo troverai. Quindi sei condannato ad una eterna solitudine. Una solitudine che ti corrode, che ami, ma che ti fa male da morire.

Voli low cost

A parte i sedili scomodi, inadatti alla persone particolarmente alte, la difficoltà di reperire posti per i bagagli a mano nelle cappelliere soprastanti il volo low cost offre uno spaccato di umanità variamente interessante, non ho il confronto con gli aerei di linea di lignaggio più elevato, non avendone mai usufruito. Si va dall’allegra famigliola in cui la moglie chiede stizzita al marito se è nelle fase “autistica”  ma immagino avesse voluto dire psicotica per come si era rapportato con il primogenito cocco di mamma che prima aveva pesantemente redarguito alla classica coppia Furio- Magda. Dove un Furio romano de Roma particolarmente grosso e ciarliero prima declama ad alta voce i suoi programmi vacanzieri poi rivolgendosi alla malcapitata le chiede ripetutamente( ma proprio a cadenza regolare) dove avesse collocato la valigia e si  lamenta del film che si sarebbe verificato all’ arrivo in aereoporto che probabilmente avrebbe ritardato i suoi programmi. Non comprendo come Magda abbia potuto  scelto di portarsi in ferie siffatto individuo, e ipotizzo che voglia soffocato nel sonno. Infine un gruppetto di amiche in vacanza, dal familiare accento toscano che virano dalla figa tirata a lucido fino al minimo dettaglio a quella più scialba, hanno furia ma sono più Ilari. Infine ci sono io che me la prendo con calma in attesa del treno per Agrigento delle 13.38 seduta in un bar malfamato, dal personale gentilissimo, di Palermo e penso che forse non è poi così male essere venuta da sola.

Cose da fare

Coltiveró alberi di limoni

Che poi a dispetto

delle mie amorevoli cure

 seccheranno.

Non ho mai avuto il pollice verde

Pettinerò tutte le sere i capelli finti

delle bambole, per sostituire i figli che non avrò.

Cinquanta spazzolate prima di andare a dormire.

Scriverò le mie memorie inventate su una vecchia macchina da scrivere

Farò il cammino di santiago andata e ritorno

Disferò di sera la tela intessuta di giorno come novella Penelope, moderna versione e non attenderò Nessuno.

Conterò da uno a mille e da mille a uno con cadenza alternata

E mai penserò a te.

Domenica

Erano lunghi percorsi

Erano tanti discorsi

Erano due ragazze

Erano due bambine sognanti

Che camminando tra le mura antiche

Illuminate dal chiarore lunare

Sì dicevano a vicenda dietro tante 

parole: 

Io lo so chi sei,

Sei tu 

Che sei un po’ me

Ti ho riconosciuto e il mio cuore ti porterà 

sempre con se

Sorella mia